giovedì 26 febbraio 2009

Lulin è arrivata, si vedrà a occhio nudo







La «cometa verde» transita in queste ore nel punto più vicino alla Terra

Siamo arrivati al momento più atteso. Lulin, la «cometa verde» come è stata battezzata per il colore dei gas che caratterizzano la sua coda (con cianogeno e carbonio ionizzati) il 24 febbraio transita al punto più vicino alla Terra, 60 milioni di chilometri. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio apparirà vicina a Saturno (appena un paio di gradi a sud) nella costellazione del Leone in direzione sud-est.

A OCCHIO NUDO - In questi giorni, dunque, sarà più facile da osservare con attenzione anche a occhio nudo, meglio almeno con un binocolo. Questa mattina quando Paolo Candy responsabile dell’osservatorio dei Cimini la fotografava, appariva quasi senza coda; in realtà ne ha due, una di polveri e l’altra di gas. Lulin (C 2007 C3) dovrebbe essere alla sua prima visita nell’interno del sistema solare, secondo Don Yeomans che alla Nasa guida il programma NEO, relativo agli oggetti che si avvicinano alla Terra. Inoltre ha una caratteristica insolita perché viaggia in senso retrogrado rispetto ai pianeti.

LO STUDIO DEI GAS - Studiare i suoi gas è interessante perché, essendo alla sua prima visita, dovrebbero conservare tracce delle sue origini e quindi delle origini del sistema solare. Oltre che con i telescopi terrestri Lulin è indagata anche dallo spazio. Particolarmente impegnato in questo lavoro è il satellite Swift della Nasa (realizzato anche con la collaborazione dell’ASI italiana, con la guida del professor Guido Chincarini dell’Osservatorio di Brera-Merate). Swift infatti permetterà agli astronomi di riprender il cuore dell’astro con la coda simultaneamente nella radiazione X e ultravioletto. Quando alla fine di gennaio lo strumento Uvot ultravioletto di Swift scandagliava Lulin “i dati rivelavano che diffondeva quasi 800 galloni d’acqua ogni secondo – precisa Tennis Bodewits del centro Goddard della Nasa – una quantità che basterebbe per riempire una piscina olimpionica in meno di 15 minuti”.

Giovanni Caprara
23 febbraio 2009

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martedì 24 febbraio 2009

Risparmio energetico

Prima o poi l’essere umano sarà obbligato a subire grandi privazioni per sopravvivere alla mancanza di fonti energetiche. Ma probabilmente non sarà il solo …

Chi ancora si ricordava delle domeniche a piedi, delle targhe alterne e di cose del genere, lo faceva con un sorriso. Sembravano ormai giochi da bambini, interventi scherzosi e patetici. Oggi era tutto ben diverso. Dopo anni e anni di verità e menzogne finalmente la situazione del petrolio si era chiarita: stava proprio finendo. Se si fosse andati al ritmo di solo qualche decennio prima, si sarebbe esaurito in non più di 20 anni. Nel frattempo ben poco si era ottenuto, pur cercando di rimpiazzarlo. I tentativi si erano finalmente svolti con serietà, ma i veri problemi erano apparsi in fretta. Le pale eoliche potevano essere un palliativo locale, estremamente dispendioso, accettabile solo se fiancheggiato da risorse ben superiori. Ma non potevano certo prendere sulle loro “spalle” il peso di tutta o molta dell’energia richiesta.

Analogo discorso valeva per i pannelli solari. Per essere in grado di diventare la fonte energetica di punta avrebbero dovuto cessare di utilizzare il silicio. Esso era abbondantissimo sulla superficie terrestre, ma la sua resa bassissima. Niente di grave se utilizzato per singole abitazioni, villaggi, qualche industria, ma senza speranza se doveva fronteggiare le esigenze globali. Facendo i conti si era trovato che l’intero globo terrestre avrebbe dovuto trasformarsi in un gigantesco pannello … e non sarebbe nemmeno bastato. Metterli nello spazio vicino? Neanche a parlarne. Si era dimostrato in modo inconfutabile che le micro-onde necessarie per trasmettere l’energia a terra avrebbero distrutto più della metà della popolazione in pochi anni. Forse, teoricamente, si sarebbe potuto utilizzare qualcosa di meglio che il silicio, qualcosa che avesse avuto una resa veramente efficace. In realtà c’era, l’indio, ma purtroppo la quantità estraibile era talmente esigua che si sarebbe esaurita nel giro di 15 anni.

Restava la buona, vecchia e odiata energia atomica. Si, ormai era nettamente la più sicura e la meno cara, ma l’uranio ed i suoi “colleghi” radioattivi non crescevano negli orti di casa. Erano sostanze rare. Se si ci fosse gettati nelle loro braccia, si sarebbero esauriti al più in 30 anni.

Rimaneva la grande speranza su cui tutti puntavano ormai con fede incrollabile: la fusione fredda. Sembrava perfetta, a buon mercato, senza problemi di scorie e di scorte. L’acqua degli oceani era lì per essere utilizzata e per fornire tutto l’idrogeno necessario. Bastava puntare tutto su quella possibilità e sperare in una conclusione rapida delle ricerche. E si riuscì anche in fretta. Ma … c’era un ma, che lentamente apparve in tutta la sua tragicità. Non bastava l’acqua, ci volevano anche dei catalizzatori per innescare le reazioni. E questi non potevano essere fatti di silicio o di qualche altro materiale comune sulla faccia terrestre. Eh no! Purtroppo ci voleva il platino o al limite qualcosa di ancora più prezioso. Si fecero in fretta i conti e si capì che per colpa della sua rarità la fusione fredda avrebbe potuto essere sfruttata per non più di 40 anni.

Qualcuno pensò di andare a prendere tutti questi materiali preziosi (uranio, platino, indio, ecc.) nello spazio vicino: sicuramente gli asteroidi ne avevano una quantità enorme ed a portata di mano. E si potevano raggiungere facilmente. Purtroppo così era vero parecchi decenni prima, ma non più adesso. L’energia a disposizione sul pianeta sarebbe dovuta essere usata tutta per le missioni minerarie spaziali e non sarebbe nemmeno bastata per quelle preliminari. Restava un’unica soluzione: risparmiare fino all’ultima goccia ciò che la Natura ci aveva ancora lasciato. Bisognava veramente centellinare il petrolio e farlo durare a lungo, molto a lungo. Idem con il nucleare, l’eolico, il solare, ecc. Si doveva essere delle formichine e comportarsi come esploratori dispersi in un deserto con una sola borraccia d’acqua. Una goccia ciascuno in attesa di un miracolo od almeno di un miraggio. Non fu facile mettere in atto questa manovra di risparmio energetico. Le nazioni più potenti non avevano nessuna voglia di regredire. Non sarebbe forse stato più giusto che chi già viveva negli stenti facesse un altro “passettino” indietro? In fondo il sacrificio di dimenticarsi del tutto le automobili, la luce elettrica, il riscaldamento e via dicendo era meno pesante per chi era già abituato a soffrire fame e sete. Per loro sarebbe cambiato ben poco.

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martedì 17 febbraio 2009

Spazzatura spaziale
















Attorno a Baikonur dopo ogni lancio piovono dal cielo le parti
sganciate dai razzi. Ma più preoccupanti sono i rottami accumulati in
orbita, a milioni, da 50 anni di imprese nello spazio. E da quel cosmodromo in Kazakistan è partito un satellite italiano per studiarli


È un giorno particolare per il Kazakistan. Un assembramento di giornalisti, fotoreporter, curiosi “assedia” tre astronauti, un russo e due americani. Domande insistenti da una parte, sorrisi di circostanza dall’altra, prima di salire a bordo della Soyuz. Poi iI frastuono del count-down, le fiamme e il fumo. L’astronave si proietta nel cielo per raggiungere la stazione spaziale internazionale (Iss). Siamo a Baikonur, il cosmodromo principale della vecchia Unione Sovietica: da qui sono decollate le missioni spaziali della Guerra Fredda, da qui continuano a partire le navicelle destinate ad allargare gli orizzonti dell’umanità. Grandi visioni che infiammano la repubblica delle steppe, sorta dalla disgregazione dell’Urss ed erede, nel bene (Baikonur) e nel male (il poligono nucleare non bonificato di Semipalatinsk), delle più ardite sfide tecnologiche del vecchio colosso. Le parole del primo ministro kazako Daniyal Akhmetov sono ambiziose: «Vogliamo diventare una vera potenza spaziale».

Per l’uso del cosmodromo di Baikonur, in terra kazaka, la Russia ha firmato nel ’92 un contratto valido fino al 2050, secondo l’accordo riconfermato proprio quest’anno. Spiega l’analista Vladimir Baltaga: «Date le caratteristiche tecniche dei lanciatori oggi in uso, questo sito garantisce un rapporto ottimale fra il carico utile e il peso complessivo del
dispositivo di lancio che proietta in orbita satelliti leggeri per le
telecomunicazioni, le rilevazioni meteorologiche e altri impieghi. Poiché
l’85% dei lanci è diretto verso le orbite geostazionarie proprie dei
satelliti per telecomunicazioni, l’uso di altri siti a altre latitudini
comporterebbe una perdita di carico utile e l’aumento delle dimensioni dei razzi e dei loro costi energetici». Magnifico. Però c’è qualche
inconveniente. Basta dare una occhiata nelle campagne circostanti il
poligono per accorgersene. Carcasse più o meno arrugginite nei prati,
laminati metallici a alta tecnologia stranamente usati per completare
baracche contadine, o rivenduti per ricavarne utensili. Sono i resti solidi
e corposi del sogno spaziale, e costellano il paesaggio. Il fatto è che la
tecnologia russa prevede il distacco dei serbatoi di carburante e dei
vettori prima del raggiungimento dell’orbita e la loro conseguente ricaduta
al suolo. E siccome la zona di Baikonur è piuttosto popolata, da questi
parti scrutare il cielo non ha solo il senso di una precauzione
meteorologica.

Il problema della spazzatura celeste che ricade al suolo non si limita però
soltanto ai vecchi serbatoi delle navicelle russe, né riguarda l’area
intorno al cosmodromo di Baikonur e basta. È un fenomeno mondiale e per studiare come fronteggiarlo il 29 giugno ha preso il volo da questa base il piccolo satellite Unisat-3, costruito dagli studiosi dell’Università di Roma La Sapienza e costato 155 mila dollari, un terzo dei quali spesi nel lancio. Unisat-3, spiega il professor Filippo Graziani, «fa collaudi tecnologici in orbita e conduce diverse ricerche». Tra i suoi compiti specifici, però, c’è soprattutto quello di esplorare il campo magnetico della Terra, rilevare la presenza di detriti cosmici, misurare la “spazzatura spaziale” intorno a Gaia su un’orbita eliosincrona a 730 chilometri d’altezza. «Attualmente», spiega l’analista Tina Tannenwald, «la sfera celeste è insufficientemente protetta, dal punto di vista ecologico».


Da quando, nel ’57, l’Unione Sovietica mise in orbita il primo Sputnik, la
presenza nel cosmo di rottami d’ogni genere è cresciuta a livello
esponenziale e la Convenzione per la registrazione degli oggetti lanciati
nello spazio extraterrestre, varata dalle Nazioni Unite nel 1975, è rimasta
lettera morta. Oggi si possono contare circa 4 mila satelliti in orbita
intorno al nostro pianeta, di cui solo il 6% è ancora attivo, mentre nelle
regioni più remote del sistema solare continuano a vagare oltre 200 sonde interplanetarie. In più, una sessantina di satelliti russi alimentati a
energia nucleare, ormai disattivati e alla deriva, perdono liquido
refrigerante. Ancora: nell’atmosfera terrestre sono state scoperte
recentemente da un gruppo di ricercatori della Nasa circa 80 mila sferette
di sodio radioattivo, grandi un centimetro, e oltre 3 milioni di goccioline,
superiori al millimetro, che ci stanno lentamente piovendo addosso. Non è tutto: sopra le nostre teste ci sono anche i Cosmos, i satelliti dell’ex
Urss alimentati con generatori termoelettrici a radioisotopi di plutonio
(Rtg), i quali hanno già provocato almeno due situazioni di emergenza
ufficialmente riconosciute, nel ’78 (nordovest del Canada) e nell’83 (oceano Atlantico).

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giovedì 12 febbraio 2009

Scontro tra satelliti nello spazio








Una stazione per telecomunicazioni di una società americana si è scontrata con una russa non più in uso

MILANO - Lo spazio, almeno quello vicino alla Terra, comincia ad essere troppo affollato. Un satellite americano per le comunicazioni, di proprietà di una società privata, si è scontrato in orbita con un satellite russo non più in uso. Lo ha riferito un portavoce militare americano. Si tratta della prima collisione del genere nello spazio. Lo scontro ha riguardato un veicolo spaziale della Iridium Satellite Llc e un satellite russo, anch'esso per comunicazioni, ma «non operativo», ha spiegato il tenente colonnello dell'aviazione Les Kodlich, del Comando strategico Usa.
La collisione ha portato preoccupazioni nel mondo scientifico per la possibile ricaduta dei detriti sulla Terra. Gli scienziati stanno monitorando i detriti lasciati dai due satelliti, circa 500-600 frammenti che arrivano a essere piccoli anche solo 10 centimetri. Si prevede che per la maggior parte si dovrebbero incendiare e quindi disperdersi a contatto con l'atmosfera terrestre. L'agenzia spaziale russa (Roscosmos) ha assicurato che i detriti non rappresentano un pericolo per la Stazione Spaziale internazionale, in orbita a 350 chilometri dalla terra e quindi molto al di sotto del punto dell'impatto.

COLLISIONE - «Crediamo sia la prima volta che due satelliti collidono in orbita», ha detto Kodlich, rilevando che i detriti potrebbero essere un problema che potrebbe richiedere maggiori operazioni da parte delle nazioni impegnate nello spazio proprio per evitare che si producano detriti. Lo scontro ha spiegato l'ufficiale è avvenuto a un'altezza di circa 780 chilometri, una quota utilizzata da satelliti che monitorano il tempo, servono le comunicazioni ed effettuano osservazioni scientifiche.

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lunedì 9 febbraio 2009

Vita su Marte, nuovi indizi dalla NASA













Su Marte sono state osservate delle emissioni stagionali di gas metano, un possibile indizio della presenza di micro organismi. Un'altra ipotesi è che il metano sia il risultato di attività geologiche del pianeta rosso. La scoperta è stata fatta presso i laboratori del Goddard Space Flight Center della Nasa, uno dei maggiori laboratori che riguardano le scienze dello spazio. I dettagli della scoperta sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science (Gennaio 2009).
Michel Mumma, autore dello studio, spiega che la presenza di mettano su Marte potrebbe essere un indizio della presenza di un possibile processo biologico simile a quello terrestre (nel nostro pianeta sono presenti alcuni batteri che "producono" metano).
L'astrofisico spiega che oltre il 90 per cento del metano presente nell'atmosfera terrestre è prodotto da organismi viventi mentre solo il 10 per cento ha un'origine geochimica. Gli studiosi hanno cercato indizi per avvalora entrambi le tesi senza però trovare, almeno per il momento, delle prove certe che escludessero una delle due possibilità o le confermassero entrambe.
In mancanza di ulteriori dati, anche se molti ricercatori sembrano già escludere una delle due ipotesi, non si può avere la certezza su che cosa origini il metano su Marte.
Alcune prove ricavate da ricerche precedenti, come per esempio le tracce di carbonati trovati in campioni di suolo marziano raccolti dal Phoenix Mars Lander, avevano portato a concludere che un tempo su Marte vi potessero essere delle forme di vita. Grazie alla Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa si è invece individuata un'area di Marte dove è più probabile si possano trovare delle forme di vita, questa nuova ricerca potrebbe invece aver trovato un indizio della presenza di forme di vita. Per il momento si hanno però solo indizi, è ancora presto per affermare che su Marte c'è vita.

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martedì 3 febbraio 2009

Macchie solari addio

Una ricerca dell’Osservatorio Nazionale Solare di Tucson, Arizona, prevede che nel 2015 spariranno del tutto le macchie solari, indipendentemente dai ben noti cicli della nostra stella. Questo fatto potrebbe avere un’importante ripercussione sulla temperatura del globo.

Il ciclo solare 24 sta facendo dannare gli astronomi. Teoricamente doveva iniziare nel 2006 ed era oltretutto previsto estremamente attivo (vedi anche gli articoli riportati su questo sito). Invece, l’attuale mancanza di macchie solari sembra andare contro corrente, creando non pochi problemi agli specialisti. Un articolo di due ricercatori dell’importantissimo Osservatorio Solare di Tucson, Arizona, darebbe una risposta molto interessante al fenomeno.

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domenica 1 febbraio 2009

La cometa Lulin!


La cometa Lulin (C/2007 N3) è stata scoperta da astronomi di Taiwan e della Cina nel 2007. Dopo aver eseguito il suo giro di boa intorno al Sole si sta avvicinando al nostro pianeta, fino a raggiungere la minima distanza il 24 febbraio (0.41 Unità Astronomiche). Le stime attuali dicono che potrebbe arrivare fino alla quinta magnitudine, ma le sorprese (anche positive) non si possono mai escludere quando si tratta di luminosità di comete. Quindi conviene essere pronti all’eventuale spettacolo. Tuttavia, basterà un buon binocolo o un piccolo telescopio per “catturarla”, tempo permettendo. La cometa Lulin è particolarmente interessante perché mostra il fenomeno dell’anticoda. Ossia si vede sia una coda normale che una coda diretta in senso opposto. Questo capita a causa di un effetto prospettico dovuto alla posizione relativa Terra-cometa-Sole. In realtà la nostra Lulin ha le solite due code (gassosa e polverosa) che sono relativamente vicine l’una all’altra, ma la prospettiva le fa vedere divergenti, come illustrato nella figura.

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